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martedì, 15 luglio 2008
Ancora Bolzaneto
Vignetta:
Mauro Biani
golem79
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commenti (2)
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Commenti
#1
15 Luglio 2008 - 21:55
L’iniziativa del sito della Gazzetta www.lagazzettadelmezzogiorno.it «Salviamo Sayed Perwiz Kambakhsh», il giornalista afhgano attualmente detenuto nel carcere di Kabul, condannato a morte in primo grado per blasfemia con l’accusa di aver diffuso un testo tratto da internet sui diritti delle donne, ha registrato in poche ore una adesione straordinaria.
Nella giornata di ieri oltre alle decine di moduli e e-mail anche l’adesione di diversi parlamentari pugliesi, del presidente della Regione Nichi Vendola e del presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella.
«Quella di Saved Perwiz Kambakhsh in Afghanistan - scrivono gli onorevoli del Pdl, Francesco Paolo Sisto, Simeone Di Cagno Abbrescia, Antonio Distaso e D’Ambrosio Lettieri - è una circostanza che lascia sgomenti che accade in un Paese con mille contraddizioni in cui i nostri militari svolgono un’intensa attività ».
«L’iniziativa della Gazzetta del Mezzogiorno - aggiugono - è fortemente condivisibile e, sin d’ora, ci impegneremo affinché la petizione abbia adeguato riscontro nel governo italiano e si impedisca l’attuazione di questa scellerata esecuzione».
«Nel esprimere assoluta condivisione all’iniziativa della Gazzetta», l’on. Luigi Vitali, «oltre a sottoscritto il modulo», si impegna «a rappresenterò la situazione all’interno del gruppo parlamentare PDL per la presentazione di una mozione da votare in aula e da trasmettere alle autorità afgane».
Anche il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola oltre ad aderire all’iniziativa spiega che: «Quando viene colpito un giornalista, quando viene privato dalla libertà personale a causa dell’impego professionale che sa quotidianamente esprimere e quando viene posta a repentaglio la sua vita ognuno di noi deve sentirsi coinvolto. Perchè è molto più di un campanello di allarme che sta suonando: è il termometro che misura come una società sta segnando una febbre mortale».
«Per questo - conclude Vendola - apprezzo l’iniziativa della Gazzetta e mi sento fino in fono schierato a difesa di una vita ma anche a difesa di un mestiere».
Il presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella nell’aderire «all'iniziativa promossa da "La Gazzetta del Mezzogiorno", si dice «fermamente convinto che ognuno di noi debba contribuire con ogni iniziativa utile a salvare la vita di un uomo che ha la sola "colpa" di aver ricordato al suo Paese il rispetto di diritti fondamentali di ogni essere umano».
«La Provincia di Bari - continua Divella - si attiverà , per quanto possibile, per sensibilizzare l'opinione pubblica su tale problema, convinti che la nostra cultura condanna la pena di morte ritenendola estranea ed esterna al nostro codice di valori e a qualsiasi norma giuridica su cui è fondata ogni democrazia».
All’iniziativa ha aderito anche «Aeroporti di Puglia» che da ieri riposta sul proprio sito la battaglia per salvare «Sayed».
LA STORIA -
« La mia condanna a morte si basa sul nulla. Non ho mai commesso alcun reato. La sentenza è solo una vendetta contro la libertà di stampa e contro i giornalisti».
Così si è espresso in un’intervista esclusiva al Tg1 avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Kabul, Sayed Perwiz Kambakhsh, il giovane giornalista afghano condannato a morte in primo grado per blasfemia con l’accusa di aver diffuso un testo tratto da internet sui diritti delle donne.
Kambaksh, vestito di una tunica bianca e apparso in buone condizioni di salute, ha avuto un breve scambio di battute con il giornalista del Tg1, interrotto dopo pochi minuti dalle autorità del carcere. « Credo di essere stato arrestato per vendetta, dopo che mio fratello, anche lui giornalista, aveva svelato traffici illeciti di un signore della guerra» sono le sue ultime battute.
La battaglia per lo scagionamento da ogni accusa e per la sua liberazione è condotta in prima persona dal fratello Yaqub Ibrahimi, che è venuto più volte in Italia ricevendo il sostegno di tutta la stampa italiana.
In un udienza del processo di appello contro la sentenza di condanna a morte, svoltasi il 15 giugno scorso al tribunale di Kabul, è stato confermato dalla perizia medica disposta dalla Corte che Kambakhash era stato torturato in carcere dopo l'arresto, avvenuto nell’ottobre scorso, nel tentativo di estorcere una qualche confessione. La condanna a morte in primo grado è stata emessa a Mazar-I-Sharif il 22 gennaio scorso.
• Il modulo da compilare
Sognoepassione
#2
16 Luglio 2008 - 12:04
senza parole..
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utente anonimo
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